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Sulla strada di Pavese

DiBruno Lanata

Ago 7, 2022

Riflessioni estemporanee di un lettore a spasso per i luoghi che hanno ispirato l’opera di uno degli intellettuali italiani più rappresentativi e controversi del Novecento.

La "panchina-libro" di fronte all’ingresso della Fondazione Cesare Pavese, su cui è riportato l'incipit del racconto “La Langa” (Feria d’agosto).
La “panchina-libro” di fronte all’ingresso della Fondazione Cesare Pavese, su cui è riportato l’incipit del racconto “La Langa” (Feria d’agosto).

Ottocento metri, poco più di mille passi separano la casa natale di Cesare Pavese dalla sede della Fondazione che porta il suo nome. Una costruzione arroccata in quello che un tempo fu il “mio paese”, fatto di “quattro baracche e un gran fango” (1), e che è diventato l’attuale Santo Stefano Belbo: così diversa, verrebbe quasi da dire estranea a quella narrata dallo scrittore.

Le Langhe non si perdono

Giusto a metà del percorso tra la casa e la Fondazione, in quel tratto dello “stradone principale dove giocavo da bambino”, diventato oggi la via Cesare Pavese, si trova il cimitero al cui ingresso è posta la sua tomba: una lapide in pietra di langa, con la scritta “Ho dato poesia agli uomini”, inclusa in una riproduzione rievocativa di quelle “dure colline che hanno fatto il mio corpo e lo scuotono a tanti ricordi”, ai cui piedi sono ora custodite le sue spoglie mortali.

Emblematica evocazione di un ritorno a una terra che profondamente gli appartiene e che infine lo riconosce come il più illustre dei suoi figli. (2)
“Le Langhe non si perdono” ma sembravano essere immemori di quell’uomo fragile, “asciutto e schivo […] da pochissimi conosciuto personalmente, ma da tutti amato o avversato come scrittore e come personaggio”.(3)
Un autore, ancor oggi, forse più mitizzato per la sua tragica fine che apprezzato per il suo instancabile lavoro di “scrittore, poeta, critico letterario, traduttore raffinato di autori americani e inglesi” (4) ma anche di editore (5): un mito della letteratura di cui si è scritto e si scrive molto, forse non sempre a proposito, a scapito della più attenta esegesi che ha prodotto studi di grande valore.(6)
Tanti segni, tante testimonianze, tanti percorsi pavesiani e pseudo-pavesiani a Santo Stefano Belbo e dintorni; eppure, in fondo, ritroviamo così poco Pavese oggi in quei luoghi che sono stati fonte di ispirazione, humus cui ha attinto la sua sensibilità poetica. Luoghi la cui descrizione è sedimentata come traccia indelebile nella memoria dei lettori.
Rimembranze, riconoscimenti, rievocazioni e cimeli che sembrano distanti, quasi avulsi: elementi giustapposti a un paese che non è più “quei quattro tetti”.
Così come per la gente del posto il poeta delle Langhe è ormai solo un “foresto”. Perché foresto diventa anche chi, nato in paese, se ne allontana “per girare per tutto il mondo” e raggiungere terre lontane fino a “un’isola […] a sud dell’Australia”. Oppure, semplicemente, per andare a vivere e lavorare a Torino, “la città della fantasticheria, […] della regola, […] della passione, […] dell’ironia”. Ma “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”. E a nulla vale tornare: perché “sulla piazza del paese, […] più nessuno mi conosceva”.
Come foresti – anche “stranieri” – sono quelli che da sempre vengono a visitare i luoghi pavesiani, anche in quei lunghi anni in cui le testimonianze furono lasciate in stato di abbandono, ma che ora sono gestite con cura e professionalità. Appassionati lettori, o forse semplici curiosi, che oggi fanno tappa al Museo della fondazione per vedere le sue pipe, la stilografica, ma soprattutto la copia dei Dialoghi con Leucò su cui Pavese scrisse l’ultima frase, prima di togliersi la vita: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Che visitano la casa-museo, porzione di quel cascinale di San Sebastiano appartenuto al nonno, o si spingono, procedendo lungo lo stradone che porta a Canelli, fino alla bottega – oggi anch’essa museo – di Pinolo, il falegname musicista Giuseppe Scaglione, l’amico cui lo scrittore rimase sempre legato, mediatore tra il mondo di Pavese e la realtà delle Langhe, la cui figura affiora in diverse opere, ma soprattutto campeggia ne La luna e i falò, incarnata nel personaggio di Nuto. A volte i foresti sostano anche sulle rive del Belbo, il torrente che separa le colline di Gaminella, alle spalle della casa natale, e del Salto, ai cui piedi si trova la casa di Nuto. Altri si inerpicano fino a Moncucco, la collina de I mari Sud. Altri ancora si perdono nella vana ricerca dell’Albergo dell’Angelo.
Apparentemente, in Pavese la corrispondenza tra luoghi reali della giovinezza e del ricordo, e i paesaggi della sua opera narrativa sembra essere perfetta, per certi versi quasi ossessiva. D’altra parte la Langa è sempre stata fonte di ispirazione della poetica pavesiana. “Da bambino e ragazzo vissi in una vallata tra colline […] Le prime idee e i primi sentimenti mi si manifestarono là”.
Ma, percorrendo quelle colline segnate dalle cortine dei filari, storditi dalla brezza che diffonde l’intima essenza delle vigne, ci appare chiaro come quello che un tempo fu il “mondo dei vinti” si sia oggi trasformato in “una terra vocata”.
Per chi, come me, bambino di città che trascorreva le proprie estati tra le colline del confinante Monferrato, e da ragazzo girava i paesi, e di questa gente e questi luoghi ha intensamente introiettato immagini, ritmi, suoni, colori; per chi delle atmosfere di un mondo contadino così vicino a quello raccontato da Pavese ha colto l’ultimo baluginare, lo sfrangiarsi di una trama nebbiosa, e ha conosciuto le maestrine ormai invecchiate, il tentativo di collegare i luoghi della vita a quelli dei racconti appare discordante.
Certo è la riflessione di un semplice lettore, ma quelle colline che ricorrono nei suoi scritti come l’immagine archetipica di un mondo contadino ancestrale, arcaico, per certi versi magico, dominato talvolta da leggi brutali, espressione di Eros e Thanatos, spazio in cui si incarna e si rinnova il personale mondo pavesiano, si accordano solo in modo formale con la dimensione naturalistica.
In Pavese il paesaggio appare come scenario atemporale, primigenio, dove trova luogo e spazio l’irrazionale. Se il “tempo della narrazione consiste nel trasformare il tempo “reale”, monotono e bruto, in un tempo immaginario tale che abbia la stessa consistenza dell’altro”, analogamente l’evento si compie anche “fuori dallo spazio” per cui la realtà dei luoghi appartenuti alla dimensione biografica si confonde nell’immaginario evocativo dei luoghi del racconto.
Così Santo Stefano Belbo, per chi si abbandona alla pagine della narrazione pavesiana, si trasfigura in un anfiteatro greco, con il suo proscenio racchiuso dai gradoni delle sue colline dove il mito e la tragedia trovano la loro rappresentazione e il loro compimento.
Non un luogo ma il Luogo, lo spazio scenico in cui prende corpo il racconto paradigmatico di un’umanità la cui storia è fissata da un destino cui non si può sfuggire. Perché “tutto il destino è già stampato nelle nostre ossa”.
“Tutto si modella su fatti accaduti una volta e per sempre […] qualcosa, per accadere, deve già essere accaduto”, “così come una festa ricorrente si svolge ogni volta come fosse la prima, in un tempo che è il tempo della festa, del non temporale, del mito”.
Quello narrato è un reale trasfigurato attraverso la personale e originale visione poetica che l’autore ha del mito e del simbolo come ricordo, ossia un esistente scomposto e ricomposto attraverso il filtro della memoria conscia e inconscia – laddove la memoria esplicita trasfigura il ricordo e quella implicita gli attribuisce il significato simbolico emotivo –, un reale elaborato attraverso il faticoso mestiere della scrittura fino a fondersi in un ritmico divenire in cui Pavese racconta e si racconta in un ininterrotto, inarrestabile fluire di coscienza.

Note

  1. Laddove non diversamente indicato le citazioni racchiuse tra virgolette sono tratte dalle opere di Cesare Pavese: Feria d’agosto “La Langa” e “Del mito, del simbolo e d’altro”, Lavorare stanca “Incontro” e “I mari del sud”, Il mestiere di vivere, Taccuini, “Il mito” (in Cultura e realtà, 1950).
  2. “Il più grande tra i nostri concittadini riposa […] a Santo Stefano Belbo. È un cerchio che si è chiuso”, ha affermato Laura Capra, sindaca di Santo Stefano Belbo, in occasione dell’inaugurazione dei lavori di valorizzazione dell’area destinata alla sepoltura di Cesare Pavese (giugno 2022). Nel 2002 le spoglie del poeta furono trasferite nel paese natale dal cimitero monumentale di Torino, dove erano custodite nella tomba di famiglia.
  3. Leone Piccioni, introduzione all’edizione del 1968 de La bella estate.
  4. Dichiarazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Roma, 27/08/2020.
  5. “Redattore, direttore editoriale, direttore di collana, editore di se stesso, oltre che autore e traduttore e curatore in proprio”. Gian Carlo Ferretti, L’editore Cesare Pavese, Torino, Einaudi, 2017.
  6. Capofila del neorealismo (Guiducci), oppure classico del decadentismo (Pampaloni, Moravia), per alcuni Pavese costituisce ancora un “caso critico irrisolto”. Chi voglia approfondire la vita e l’opera di questo autore così “tormentato e controverso” può fare riferimento ai meticolosi scritti critici di Tibor Wlassics raccolti nel volume Pavese falso e vero. Vita, poetica, narrativa, pubblicato dal Centro di Studi Piemontesi